mercoledì 29 giugno 2016

MARILLION intervista con Mark Kelly: Do you remember…?

Mi fa piacere condividere dopo quasi 10 anni quest'intervista apparsa sulla storica fanzine Paperlate nel 2007. Intervistai  un gentilissimo Mark Kelly in un hotel milanese la mattina successiva la presentazione in anteprima di "Somewhere else" all'interno del locale Goganga nel febbraio 2007.


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1982-2007. Venticinque anni sono passati dall’affacciarsi dei Marillion sul panorama musicale mondiale. Da “seguaci” dei Genesis epoca Gabriel a fautori di un elegante e introspettivo progressive di matrice floydiana attento alle moderne evoluzioni del rock. I Marillion divorziarono da Fish, il carismatico cantante dei primi anni di carriera, diciotto anni fa all’apice del successo. I loro LP Misplaced Childhood (qualcuno si è dimenticato di un single-killer come Kaileigh?) e Clutching at Straws furono capaci di vendere più di un milione di copie ciascuno praticamente solo in Europa. Quella fama e quel successo non sono più tornati ma la creatività e la voglia di non seguire necessariamente le mode musicali hanno sempre spinto la band verso strade spesso difficili e poco battute. Il successore di Fish, Steve Hogarth, si è dimostrato ottimo cantante e un frontman competente. Steve ha ridato credibilità e personalità a una band sempre troppo sottovalutata dalla stampa. Album come Season’s end, Brave e Marbles testimoniano come la musica dei Marillion sia in continua evoluzione, una storia lungi dall’essere finita.
Il nuovo album Somewhere Else uscirà ad aprile e sarà il decimo dell’era Steve Hogarth. Con un gentilissimo Mark Kelly (tastierista della band) abbiamo chiacchierato sulla genesi del nuovo CD e...sulla programmazione di quello successivo! La stagione dei Marillion sembra non finire mai.


MB: Ai primi ascolti questo nuovo album sembra più rock rispetto a Marbles con meno momenti riflessivi. E’ più diretto.

MK: E’ senz’altro più diretto. E’ una cosa che non abbiamo pianificato. I fan si interrogano e ci chiedono sempre se il nuovo album rappresenterà una nuova direzione per la band, perchè le canzoni sono più corte, perchè non ci sono soli di tastiera, e così via. Cadono sempre nello stesso errore di categorizzare tutto. Non abbiamo il controllo su queste cose. Quando iniziamo a lavorare su un nuovo progetto lo facciamo sempre allo stesso modo, con lunghe jam, in modo molto spontaneo. E’ un processo di selezione naturale dove le migliori idee sopravvivono e le peggiori vengono messe da parte. La persona che oggi è maggiormente responsabile per la direzione musicale della band è Mike (Hunter), il nostro produttore. E’ stato molto coinvolto nella musica e ha anche registrato delle parti di tastiera per l’album; la parte orchestrale alla fine di the Last century for man è opera sua. E’ un ottimo musicista ma non si unirà alla band, è solo un aiuto importante in sede di composizione e registrazione.

MB: In questo modo avete tre tastieristi nella band. Una situazione insolita.

Già. Ma si tratta solo di piccoli aiuti. E’ cambiato molto il concetto di suoni tastieristici nella band dai vecchi tempi ad oggi. Si tratta soprattutto di tappeti, di atmosfere, pochi interventi solistici.
Dipende solo dal gusto personale e il gusto è soggetto a dei cambiamenti. Oggi preferisco avere queste sonorità piuttosto di quelle dei nostri primi album. Non posso immaginare di suonare oggi alcune cose che suonavamo nei primissimi anni dei Marillion.

MB: Ti sentiresti a disagio a presentare alcuni vecchi brani?

Esatto. “The Web”, “Incubus”…mi sembrano brani molto naive, molto semplici. La gente pensa che la musica che suonavamo negli anni ottanta fosse complessa. In realtà è molto più complessa quella che suoniamo oggi, semplicemente “suona” più semplice.
Oggi rendiamo semplici le cose difficili. Prima rendevamo difficili le cose semplici.
MB: Marbles è stato un concept lungo e intricato però posseddeva un paio di tracce molto melodiche: con You’re gone e Don’t hurt yourself avete avuto anche un ottimo ricontro di vendite. A un primo ascolto questo nuovo Somewhere else non sembra avere canzoni che possano eguagliare il precedente successo commerciale.

In effetti ci sono state molte discussioni per il possibile singolo da scegliere per quest’album. In realtà non si tratterà proprio di un singolo da vendere nei negozi, quanto di una canzone da dare alle radio perchè la trasmettano come guida per il disco. Ma per questa scelta noi della band siamo forse le persone più sbagliate. Siamo parte in causa e ognuno di noi ha la sua favorita. Per Steve Rothery era See you like a baby (che risulterà essere alla fine la prescelta per la promozione in radio. ndr.), per me doveva essere Thank you whoever you are, per Pete doveva essere Most toys. Per Steve Hogarth la preferita era Half the world, un brano alla fine neppure inserito nel disco...insomma ognuno aveva in mente una canzone diversa. Allora ci siamo presi una pausa e abbiamo lasciato a persone esterne la decisione. Senza aver prima sentito nulla ci hanno indicato la traccia da scegliere.

MB: A distanza di tempo cosa ne pensi della pubblicazione come singolo di Hooks in you nel 1989? Fu la prima volta che i fan poterono vedere e ascoltare Steve Hogarth come vocalist dei Marillion.

Ora ritengo che fu un errore. Diede un’idea sbagliata della band. Non rappresentava per nulla un album così bello e sfaccettato come Season’s end. Era un momento cruciale per noi. Fish se n’era andato e i fan erano ansiosi di vedere quale direzione avrebbe preso la band. Molti dopo aver sentito Hooks in you decisero di non comprare l’album. Vendette ugualmente bene ma sempre la metà di Clutching at straws. Avrei preferito Easter come primo singolo con un bel solo di chitarra nel mezzo del pezzo. Un brano più tipicamente Marillion.

MB: Hai parlato del brano Half the world. La canzone d’apertura di Somewhere else è The other half. Sono forse collegati questi due brani e quindi i due lavori?

Avremmo dovuto intitolare quest’album Half the world e il prossimo The other half. Questo perchè avevamo abbastanza materiale per due album. Non riuscivamo però a decidere quale dei due brani sarebbe dovuto andare sul primo CD che sarebbe stato pubblicato. Avevamo 15 canzoni pronte. Non abbiamo scelto necessariamente le migliori per Somewhere else. Pensa che Last century for man avrebbe dovuto aprire il nuovo album perchè è stata la prima a essere composta ma verso la fine del processo Steve Hogarth ha suggerito di aprire con  The other half e da lì siamo andati avanti a comporre tutto il resto del disco.

MB: Sembra che i fan dei Marillion preferiscano i dischi più difficili e impegnativi come Brave. Come lo spieghi?

Sì, è così. Anche noi all’epoca pensavamo di aver registrato la miglior cosa della nostra carriera. Quando però lo analizzi a pezzi non ti sembra così buono. E’ molto valido se considerato nell’insieme. E’ un gran concept ma le sue parti distinte non sono così valide. E’ una cosa che vale per molti concept.

MB: Di cosa parlano i testi di Somewhere else?

Somewhere else non è un concept.. Tratta di situazioni attuali. Ci stiamo chiedendo: “Cosa sta succedendo nel mondo? Cosa succede in Iraq? In Iran?”. Personalmente ho una visione ottimistica delle vicende del mondo. Ci vorranno 100 anni forse...ma ce la faremo a sistemare tutto. Se si cerca di sistemare tutto in un tempo troppo breve si rischia di creare problemi maggiori. Poi c’è sempre comunque la visione personale di Steve (Hogarth) e di quello che gli succede nella sua vita.

MB: Brave e Radiation hanno rappresentato entrambi due nuovi corsi musicali per la band. Pensi che Somewhere else possa aprirne uno nuovo?

Anche in questo discorso interviene il ruolo dei produttori. Dave tendeva a farci tenere tutto quello che componevamo o registravamo. La musica era molto densa, il sound non era perfettamente chiaro. Dave ha fatto un lavoro fantastico con noi. Sto solo analizzando da un punto di vista artistico. Mike è più organico. Preferisce un suono più naturale. Se possibile ci fa usare degli strumenti veri. Mi ha limitato moltissimo l’uso di strumenti virtuali. Abbiamo usato un vero pianoforte, un vero hammond, delle vere glockenspiel. Gli strumenti virtuali sono praticissimi. Ormai hanno raggiunto una fedeltà impressionante. L’approccio di Mike è comunque di utilizzare gli strumenti veri. Su She threw me out, che troverete sul prossimo album, abbiamo usato addirittura un vero harmonium.

MB: Com’è cambiata la vita dei Marillion attraverso gli anni dagli ’80 ad oggi?

Quest’anno è il 25° anno dei Marillion. Fish ha portato sul palco Misplaced Childhood per il ventennale e ora sta preparando Clutching at straws. Non c’è alcun problema con lui. I nostri vecchi dissidi sono ormai sopiti da molti anni. Ha fatto parte di quella storia, di quegli album. E’ un traguardo il fatto che dopo 25 anni la gente si ricordi ancora di noi. Non è da tutti rimanere insieme per così tanto tempo. Siamo ancora amici come lo eravamo vent’anni fa. Ci divertiamo insieme, ci divertiamo alle spalle degli altri, quando uno di noi non è presente...Ci facciamo tante risate. I gruppi si separano perchè hanno esaurito la creatività. Brian Eno lasciò i Roxy Music perchè si era annoiato. Paul Weller lasciò i The Jam e Peter Gabriel i Genesis per la stessa ragione. Per ora non siamo arrivati ancora a quel punto. Se uno di noi vuol registrare qualcosa da solista è liberissimo di farlo. E’ un  continuo processo di rinnovamento di energie .
Così è nato Marbles. Per noi è stato molto importante. Abbiamo avuto anche due hit singles, certo non successi planetari, ma ci hanno permesso di vivere meglio. Non siamo dovuti ricorrere al pre-order per Somewher Else. Prima ne avevamo bisogno. Non era un trucco per intascare soldi. Per me era come chiedere a un amico un piccolo prestito. Puoi farlo però una o due volte, dopo devi starci attento. La cosa curiosa è che molti ci hanno chiesto perchè non abbiamo fatto un pre-order anche per questo CD. Volevano essere coinvolti, avere un’edizione speciale, avere il loro nome sul libretto.

MB: Non dobbiamo aspettare quindi molto per il prossimo album...

No. In effetti l’abbiamo quasi finito di scrivere e l’abbiamo in parte anche già registrato. Ci servono però ancora dei brani. Dobbiamo finire il discorso con Mike Hunter...deve ancora terminare delle parti di tastiera (risate...).


giovedì 18 luglio 2013

PALLAS - Beat The Drum (1998)

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Dodici anni dividono "The Wedge" da "Beat the drum". Il movimento New Prog inglese degli anni ottanta si è eclissato. I Marillion hanno cambiato pelle già da un decennio, i Twelfth Night scomparsi. Gli IQ hanno saputo rinnovarsi realizzando ottimi album. I Pendragon, indomiti, hanno affinato negli anni uno stile peculiare di certo non innovativo, ma senz'altro personale.
I Pallas ufficialmente non si sono mai sciolti. Mike Stoobie ha sostituito Ronnie Brown alle tastiere per tutti gli anni novanta. Nel '97 però il ritorno di Brown ha segnato una decisa accelerazione nell'attività dei 5 scozzesi. Il batterista storico Derek Forman cede le bacchette a Colin Frazer, si recuperano alcuni brani originariamente composti per il progetto "Voices in the dark" di inizio anni 90 e si aggiungono nuove composizioni.
Il risultato è molto vitale. Brani aggressivi di media durata "Call to arms", "Hide and Seek", "Man of Principle" ci riportano
ai Pallas di "Stranger" e "Dance through the fire" mentre composizioni più elaborate ci restituiscono dei Pallas in formissima e ispirati: la title track "Beat the drum" e "Fragments of the sun" sono fra gli apici del lavoro e coniugano la moderna epicità progressiva con il classico stile dei Pallas fatto di malinconia e nebbiose ambientazioni.

"Ghosts", "Spirits" e "Blood and Roses" rappresentano invece degli splendidi affresci molti intimistici, carichi di pathos e di splendide melodie. Davvero brani ben riusciti grazie anche alla bella prova vocale di Alan Reed. Le tastiere di Ronnie Brown intessono fantastici tappeti e melodie sognanti ben calibrate, ed è soprattutto suo il merito dei bei arrangiamenti.
In definitiva un gran bel disco. Da qui in poi i Pallas vireranno un po' troppo verso composizioni ambizione perdendo di vista una delle loro particolarità: la capacità di comporre agili brani di facile presa senza rinunciare al gusto  per la bella melodia prog.

martedì 26 febbraio 2013

PALLAS - The Wedge (1986)


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Dopo il bel EP Knightmoves i Pallas devono produrre un nuovo full length al passo coi tempi. "The Wedge" è un ottimo LP. Ormai Alan Reed è ben inserito nella formazione e il modernismo applicato alla musica degli scozzesi non intacca la classe e le atmosfere malinconiche caratteristiche della band.
Dance Through the Fire è una grandissima apertura. Si rasenta l'hard rock ma le enfatiche tastiere ci riportano su lidi progressivi. il singolo "Throwing stones at the wind" è facile ma non troppo e l'inciso è davvero bello. "Win or lose" è una bellissima ballata nella quale Alan Reed può esprimersi alla perfezione. "The Executioner" diventerà un classico della band grazie al suo incedere inscalzante e alla sua atmosfera nebbiosa...  "Imagination" è il brano più easy della raccolta ma è molto divertente. Il bassista Murray è qui impegnato anche ala voce solista, come spesso gli accade, con ottimi risultati. La lunga Ratracing ci consegna i Pallas altamente new-prog, con cavalcate di tastiere e chitarra e una tambureggiante batteria. Alcune atmosfere rimandano alla storica "Crown of thornes". Il finale di "Just a memory" è forse un po' sottotono, con la batteria elettronica non ben centrata e chiude in modo un po' troppo ripetitivo un gran bel disco.

mercoledì 15 giugno 2011

PALLAS - The Knightmoves (1985)


Voto ☻☻☻☻


Momento drammatico per i Pallas. Ewan Lawson, il carismatico cantante, lascia la barca dopo le non soddisfacenti vendite di The Sentinel. I 4 supersiti assoldano Alan Reed. In breve tempo pubblicano l'EP "Knightmoves". 3 brani: 2 brevi e una minisuite da 9 minuti.
Atmosfera molto scozzese e new prog. "Stranger" è accattivante e ben riuscita. "Nightmare", come suggerisce il titoli, è un alternarsi dio suggestioni spettrali e inquietanti. La lunga "Sanctuary" è il gioiello dell'opera. Una splendida composizione piena di malinconia tipica delle Highlands ed enfasi tipica dei Pallas. Alan Reed possiede uan voce meno limpida ma più calda rispetto a Ewan Lawson.
Ottimo lavoro di collegamento fra The Sentinel e il successivo The Wedge.

lunedì 28 marzo 2011

PALLAS - The Sentinel (1984)


Voto ☻☻☻☻☻

Dopo l'esordio convincente di "Arrive Alive" così instriso di nebbie londinesi e misteriosi personaggi i cinque scozzesi di Aberdeen decidono di dedicare l'opera successiva alla leggenda di Atlantide. Da tempo i Pallas stavano elaborando musiche attorno a questo mito.
Il buon riscontro underground unito all'esplosione dei Marillion convince la EMI a mettere sottocontratto i nostri spedendoli addirittura a incidere ad Atlanta con il mago del mixer Eddie Offord.
Il lavoro che verrà pubblicato al'inizio del 1984 è un assoluto capolavoro per quanto riguarda la new prog wave inglese. Fin dalla copertina, splendida, nulla viene lasciato al caso. Il suono nitido e potente funge da perfetta base su cui erigere monumenti sonori indimenticabili e affascinanti: una perfetta comminstione fra l'epic prog degli Emerson lake and Palmer e il gusto della bella melodia per le introduzioni e i finali tipici dei Genesis. "Eyes in the night" è il singolo perfettamente riuscito. Rifacimento della famosa "Arrive Alive" riesce in questa nuova veste ad assumere dinamicità e decisione. "Cut and run" e "Shock treatment" giocano su potenti riff di chitarra e tastiera. Gioiellini da 4 minuti. Gli altri tre brani sono invece delle minisuite altamente sinfoniche e racchiudono il nocciolo del tema di Atlantide. "Ark of infinity" è un elegia arcana dai ritmi lenti e avvolgenti. La conclusiva Atlantis è colma di grandeur e gioia. Un inno alla pace. Sono però i 10 minuti di "Rise and Fall" che elevano l'intera opera a vertici altissimi. La teatralità del mai dimenticato Ewan Lawson raggiunge vette inarrivabili mentre le tastiere di Ronnie Brown cesellano note e armonie che disegnano perfettamente il dramma dell'isola atlantidea sprofondata in vortice di guerra e distruzione. I minuti finali sono poi da incorniciare: pianoforte evocativo, voce narrante e un solo di chitarra ala "Comfortably numb", purtroppo interrotto troppo presto dal mix finale.
I Pallas produrranno altri ottimi dischi ma mai si avvicineranno a questi livelli di perfezione. Insieme a "Script for a Jester's Tear", "Live and let Live" e "The Wake" uno dei capisaldi della new prog wave inglese.

mercoledì 3 novembre 2010

Pallas - Arrive Alive (1981)


Voto ☻☻☻☻☻


Il secondo album della rinascita progressiva inglese negli anni ottanta dopo il Live at the Target dei Twelfth Night. A dire il vero fu pubblicato su cassetta. L'album sarà pubblicato nel 1983 ma conterrà 4 dei 6 brani qui presenti (alcuni reincisi in studio) con in più una acerba versione del brano Arrive Alive.
L'originale Arrive Alive constava di 6 brani che definire affascinanti è poco. Dalle nebbie scozzesi sembrano materiallizzarsi pesonaggi unici, storie incredibili, una regina degli abissi, una corona di spine e niente meno che Jack lo Squartatore.
Il mellotron di Ronnie Brown disegna atmosfere malinconiche e suggestive, mentre la chitarra di Niall Mathewson sferza il romanticismo con scudisciate elettriche ma regala anche momenti di triste malinconia evocativa su Queen of the Deep.
L'iniziale Five to Four è fra i brani più sottovalutati del loro repertorio. In realtà un grande brano drammatico su cui la voce imperiosa e espressiva di Ewan Lowson si eleva altissima.
Heart attack, più tardi inserita nella riedizione di The Sentinel, delinea le coordinate del nascente New Prog. Crown of thornes è la canzone più longeva di questa raccolta e nella sua dolce melodia ricorda Carpet Crawlers dei Genesis. Il dramma conclusivo di The Ripper è teatralmente perfetta e ricorda molto fedelmente l'atmosfera malata, nebbiosa di White Chapel e del suo indimenticato protagonista.
Un album fantastico, non perfetto, prodotto di una band all'attivo già da 4 anni. I germogli sono gettati e pochi anni dopo daranno vita al capolavoro supremo.

martedì 27 luglio 2010

Twelfth Night - Collector's Item (1988)


Voto ☻☻☻☻☻

Una delle più gradite sorprese di fine anni ottanta questa raccolta postuma sigilla definitivamente (ma fortunatamente la recente reunion ha rivitalizzato la leggenda) un epoca storica iniziata dagli stessi twelfth night 8 anni prima.
Un doppio LP con tre facciate ricche di classici (We are sane, Sequences, Art and illusion, First new day, Take a look, The Ceiling Speaks, The Creepshow, Last song) e una quarta facciata da sogno con la registrazione finalmente in studio della lunga suite (19 minuti) The Collector. Geoff Mann viene chiamato a cantare questo capolavoro. Trattasi di uno degli ultimi brani composti dall'incarnazione della band di Fact and fiction e l'addio improvviso di Goeff aveva lasciato i fan a bocca asciutta con appena poche esibizioni dal vivo.
La composizione è fra le migliori in assoluto della band e rimane a testamento del suono TN. A conclusione di tutto una nuova versione di Love song chiude le danze con il consueto messaggio di speranza.
Album imperdibile.

lunedì 5 luglio 2010

Twelfth Night - Twelfth Night (XII) 1986

Voto ☻☻

La morte dei Twelfth Night. Davvero incredibile il modo in cui i 4 di Reading decisero di affossare la propria carriera. Per anni hanno cercato un contratto con una major che potesse aiutarli nella distribuzione e divulgazione del proprio prodotto discografico e una volta trovato la magia che li aveva accompagnati per cinque anni li abbandona. L'album parte bene con il rock potente e trascinante di "Last Song" ma poi piomba nel nulla più assoluto. Una serie di canzoni imbarazzanti, melodicamente nulle, senza direzione, senza capo nè coda. Per fortuna gli ultimi 11 minuti sono occupati da "Take a look" nella sua versione definitiva; il brano però risale alle session di Art and illusion.
Il gruppo, nonostante una buona reazione di vendite nell'area natale di Reading, non si rialzerà più e dopo una breve serie di concerti si scioglierà.

Due anni più tardi però un'antologia fa battere di nuovo il cuore...

giovedì 17 giugno 2010

Twelfth Night - Art and Illusion (1984)



Voto ☻☻☻☻

Goeff Mann era insostituibile. Ma in Andy Sears i TN trovarono un buon cantante, in perfetto stile anni ottanta. Fin troppo osservante della mimica "mannesca", dal vivo il buon Andy cedeva a Geoff una ventina di centimetri in altezza. La recita di Creepshow in versione Sears non sembrava convincere più di tanto e i TN prendono la saggia decisione di rendere più moderno e affilato il loro sound. Registrato nell'agosto del 1984 il mini-LP (quanto li adoravo)
Art and Illusion venne pubblicato in autunno con buoni riscontri di vendita e rimane l'unica incursione dei TN nella top 100 inglese. Cinque splendidi brani, energici, vitali, malinconici e aggressivi. "Counterpoint" e "Kings and Queens" raccolgono l'eredità della neonata new prog wave conle sue carattteristiche new wave e metal. "Art and illusion" era un brano gia pronto all'epoca di Geoff e qui riproposto degnamente. C.R.A.B. è un bellissimo strumentale che eguaglia quel piccolo gioiellino di "The poets sniffs a flower" di Fact and Fiction. La conclusiva "First new day" regala cinque minuti di estasi tastieristica che fa da contorno alla superba interpretazione di Andy Sears. Se un difetto bisogna trovare lo si rintraccia nella decisione di pubblicare un EP quando in realtà di materiale per un full length ce ne sarebbe stato. La splendida "Take a look" viene sacrificata in ottica di un prossimo nuovo album che in realtà vedrà la luce solo due anni più tardi.
Purtroppo
Art and Illusion segnò la fine artistica dei grandi Twelfth Night. la band di Reading alla metà del 1984 avevano già detto tutto mentre gli altri alfieri del new prog (Marillion con Fugazi , i Pallas con The Sentinel, i Pendragon con Fly High fall far e gli IQ con The Wake) erano ancora in fase crescente e alla ricerca di una propria dimensione.

martedì 25 maggio 2010

TWELFTH NIGHT - Live and Let Live (1984)


Voto ☻☻☻☻☻

Live and let live è l'apoteosi dei Twelfth Night. I brani di Fact and Fiction assumono nuova linfa, nuova verve; "We are sane", "Fact and Fiction", "Love song", "The Creepshow" vengono elevati a capolavori di new-prog oscuro intrisi di new wave. Lo stage acting di Goeff Mann raggiunge qui il suo apice. Purtroppo sarà il canto del cigno. Il disco infatti è stato registrato durante le due date al Marquee che segnarono l'addio di Geoff ai Twelfth Night. L'inedito "The Ceiling Speaks" posto qui a introduzione del concerto è il testamento ideale del suono TN. "Sequences" finalmente cantata racchiude 16 minuti di gloria progressiva espressa con le sonorità tipiche dei TN, scevre di barocchismi alla Wakeman o virtuosismi alla Emerson. E' un peccato che la suite "The Collector" non sia stata inserita nemmeno nelle edizioni ampliate del disco. Future ristampe però conterranno esibizioni dal vivo di quel fantastico brano. A Live and let live la palma di miglior album dei TN; rimane tutt'oggi una gemma scura particolarissima e inimitabile. Capolavoro.

mercoledì 14 aprile 2010

Twelfth Night - Fact And Fiction (1982)

Voto ☻☻☻☻½

Disco oltremodo fondamentale per la nascita del movimento new-prog nel Regno Unito. Un lavoro cupo, onirico, surreale. Le influenze floydiane di Live at the Target si stemperano per lasciare spazio a una new wave quasi dark molto originale grazie alla superba interpretazione vocale di Geoff Mann. La lunga canzone introduttiva "We are sane" è il manifesto del 12th Night sound: labirintica, coinvolgente, divertente e disperata. La seconda parte della prima facciata non mi trasmette le stesse emozioni. Troppo riflessiva e ripetitiva "Human Being", mentre This city riporta un po' di verve.
Perfetta invece la seconda facciata dell'LP. L'allegra "Fact and Fiction" con i suo contagioso refrain "Don't make me laugh", la malinconica "The poet sniffs a flower" e la romantica "Love song" fanno da cornice all'altro grande capolavoro del disco: "Creepshow" coi suoi 11 minuti definisce allo stesso modo di "We are sane" il new-prog di stampo 12th night: buio, claustrofobico, ricco di visioni grottesche e feroci critiche sociali.
Un album che non può mancare a un appassionato di rock progressivo. Dal punto di vista stilistico è forse il più originale lavoro prodotto da una band di new-prog inglese.

lunedì 5 aprile 2010

Twelfth Night - Smiling at Grief (1982)

Voto ☻☻☻

Registrato nel novembre 1981 Smiling at Grief vede l'ingresso in formazione del carismatico cantante Geoff Mann. Il tastierista Rick Battersby abbandona il gruppo a metà registrazioni.
Ne risulta un album interessante, innovativo. La canzoni si accorciano e assumono sempre più caratteristiche di new wave ma senza l'alone malinconico. E' anzi l'ironia e l'energia di Mann a farla da padrone. Tre brani "East of eden", "This City" e "Creepshow", i migliori, verranno poi ripescati e riarrangiati per le registrazioni del magnum opus
Fact and Fiction mesi più tardi. I dieci minuti di "Creepshow" rifulgono già di luce propria, anche se non ancora al massimo della loro drammaticità e teatralità. Smiling at grief verrà venduto come cassetta ai concerti della band e tramite fan club.

martedì 23 marzo 2010

Twelfth Night - Live at the Target (1981)

Voto ☻☻☻☻

Live at the Target: il primo germoglio della rinascita progressiva negli anni 80.
I Twelfth Night originari di Reading erano attivi già da qualche anno e questo LP profuma tutt'oggi di nostalgia, di passione, di fatica e di speranze. Un disco interamente di rock progressivo da parte di una band inglese mancava dal 1977 (Jethro Tull permettendo). I lunghi brani strumentali presenti si rifanno alla psichedelia dei Pink Floyd passati però attraverso la lente della nuova generazione di new romantics di inizio anni ottanta.
I lunghi brani strumentali "Fur helene", "After the eclipse", "East west" e la suite "Sequences" rimangono dopo 30 anni esempi di un new prog che di lì a un paio di anni avrebbe conquistato i cuori di molti ragazzi europei. Le ritmiche erano più lineari, scevre di quel jazzismo che caratterizzava tutti i gruppi prog degli anni settanta. Una certa commistione con la New Wave of British Heavy Metal sposta la composizione verso melodie più lineari e memorizzabili, senza rinunciare però alle lunghe suite e a testi ambiziosi, anche se portati più all'introspezione, più Hammil che Gabriel insomma.
Ai Twelfth night l'onore di avere riaperto la strada al rock progressivo dopo che la peste punk aveva spazzato via dal mercato e dai gusti della gente questo fantastico tipo di musica.
L'anno dopo Geoff Mann prenderà in mano il microfono e un nuovo tassello fondamentale verrà sistemato all'interno della storia della band.

martedì 22 dicembre 2009

Marillion - Less is more (2009)


Voto ☻☻½

Mah...alla fine il risultato è piacevole ma tutto sommato inutile. Di arrangiamenti pseudo-acustici non se ne sentiva particolare bisogno.
Il lavoro è stato notevole e molti brani sono stravolti. The Space non è male, come pure Quartz è Interior Lulu. Hard as love, Wrapped up in time e Cannibal surf babe non sembrano invece giovarsi di questa nuova veste.
In breve un lavoro di alleggerimento sulla scia dei dischi unplugged (croce o delizia?) che quindici anni saturano il mercato.
Attendiamo il 2010/11 per produzioni più importanti.

venerdì 13 novembre 2009

MARILLION - Happiness is the Road (2009)


Voto ☻☻☻☻½

Volevamo il
Dark Side of the Moon dei Marillion? Eccoci accontentati. Non significa necessariamente il miglior album di una carriera. Happiness is the road rappresenta il vertice dal punto di vista degli arrangiamenti, della scelta di suoni, della compattezza, della fusione fra musica e testi.
Ne sono rimasto subito ammaliato. Il lavoro si compone di due CD. Il primo è un concept e ha il sottotitolo di
Essence. Si parla del difficile periodo che Steve Hogarth ha dovuto attraversare dopo il divorzio da sua moglie e la rinascita ottenuta tramite uno psicanalista. L'album ha tonalità soffuse, molto calde, con le tastiere in bella evidenza. Splendidi tappeti e atmosfere create da quel grande tastierista che è Mark Kelly. La chitarra di Steve Rothery è apparentemente secondaria ma in realtà cesella suoni, soli, rifiniture al solito perfette. La voce di Steve Hogarth è ancora bellissima, sofferta, malinconica ma con una strana "inclinazione" alla speranza, o almeno l'ho percepita in questo modo. I brani fluiscono splendidamente l'uno nell'altro; dopo l'intro di "Dreamy Street", "This Train is my Life" delinea le coordinate malinconiche dell'album e attraverso "Essence", la commovente "Wrapped up in time" (forse la mia preferita), l'ipnotica "Liquidity" e brani pregni di sofferenza e fatica come "Nothing fills the hole" e "Trap the Spark" veniamo catapultati nei dieci minuti finali della title track dell'intero doppio CD. "Happiness is the road" è il sunto del disco a livello di sonorità e arrangiamenti. Un etereo tappeto di tastiere e voce introduce con delicatezza fino all'ingresso della ritmica per la seconda sezione che quasi in punta di piedi ci porta all'imperioso ritornello. In pochi istanti siamo sommersi da un armonia quasi gotica. Mark Kelly giganteggia come ai vecchi tempi e la canzone si conclude in modo spettacolare ripetendo la sezione del ritornello ad libitum. Prima del secondo CD Essence si conclude con una semi ghost-track "Half full jam": un giro ripetuto con aumento del'intensità. Carino ma non essenziale.
Il secondo CD si intitola
The Hard Shoulder e presenta coordinate diverse. Nonostante non sia sotteso un concept i brani risultano ben selezionati. La chitarra è un po' più protagonista. "Thunder Fly" apre con verve e intelligenza ma è "The Man from the Planet Marzipan" ad innalzarsi imperiosa a splendida composizione di prog moderno che nulla ha a che spartire con millantati eroi del new rock anni novanta o duemila tipo Radiohead o Coldplay. Davvero impressionante il lavoro sui suoni (splendidi quelli di batteria e basso tro l'altro) di questo brano. "Asylum Satellite #1" si prolunga per oltre nove minuti tra ricordi psichedelici e affascinanti evoluzioni ritmiche ma è il gioiellino "Older than me" che mi colpisce particolarmente. Un'infatuazione di H per una donna più vecchia di lui (e visto che Steve è sulla cinquantina c'è da sorridere) lo ispira per questa splendida composizione che mi ricorda tanto il new prog di inizio anni ottanta, quando un giro ossessivo di tastiera veniva ripetuto diverse volte ma sempre con una variazione di enfasi o di atmosfera che regalavano una novità ad ogni strofa. Bellissimo.
"Half the world" e "Especially true" sono forse i brani meno riusciti ma risultano ugualmente godibili. "Whatever is wrong with you" è un buon brano per un singolo, divertente e ben suonato. "Throw me out" inizia sommessa ma poi si impone imperiosa con degli splendidi cori che tanto ricordano il canterbury sound o al limite alcune cose di
Trespass dei Genesis.
Il CD si chiude con un'altra gemma: "Real Tears for Sale" è una splendida conclusione. Alcune sonorità rimandano alla bella "King" ma l'atmosfera è molto più settantiana, le strofe semi-pacate preparano allo fantastico ritornello e alla conclusione di un'opera ambiziosa ma perfettamente riuscita. Se da un lato HITR perde il confronto con Marbles, ad esempio, se confrontato canzone per canzone (mancano brani di grande respiro come Invisible Man, Ocean Cloud o Neverland), dall'altro risulta vincente per la coesione fra i vari brani e per l'atmosfera complessiva che scaturisce dai "solchi" di questo doppio CD. Un po' come confrontare
Misplaced Childhood a Fugazi se vogliamo. Un lavoro fantastico che lentamente prende possesso dei tuoi sensi.
La felicità è la strada...

mercoledì 14 ottobre 2009

MARILLION - Somewhere else (2007)

Voto ☻☻½

Il passo indietro rispetto a Marbles è innegabile; Somewhere else è un disco di alleggerimento, un disco "normale" insomma. Non si possono sempre incidere doppi album o concept. L'ascolto dell'album è piacevole, soprattutto la sua prima parte.
"See it like a baby", "Most toys" sono divertenti, mentre "Thank you wherever you are" con quel suo andamento "zoppo" derivante dal 6/8 delle strofe ammalia a affascina nello stacco quasi gotico di pianoforte a metà brano. "The Other half" e "Somewhere else" sono i due capolavori del disco. La prima inizia roccheggiando con Steve Rothery in evidenza ma finisce con una grande enfasi e con una splendida romantica melodia di Steve Hogarth. La title track racchiude in 8 minuti atmosfere simili al capolavoro "Ocean Cloud": malinconia, nostaglia, autunno... Bellissimo anche il solo finale di Rothery.
La seconda parte del disco è più riflessiva. "A voice from the past" (Fish?), "No such thing" e l'impalpabile "Faith" a chiudere il lavoro. "Wound" e "Last century for man" completano il quadro con buona verve ma senza spunti geniali.
In definitiva un buon album di transizione.

lunedì 28 settembre 2009

MARILLION - Marbles (2004)


Voto
☻☻☻☻

Precisiamo subito che la recensione si riferisce alla versione doppia del disco. Infatti nei negozi era possibile trovare la versione single CD che lasciava molto perplessi. Nonsi capisce infatti come alcuni brani davvero splendidi siano stati relegati alla versione doppio CD reperibile solo sul sito della band. Misteri.
Comunque Marbles è un gran bel lavoro. E' il secondo
disco, dopo Brave, davvero importante per la crescita musicale del gruppo epoca Hogarth.
Il primo CD è eccellente e progressivo in senso molto moderno. Ci sono lunghe strutture come The Invisible Man e Ocean cloud (fra le migliori composizioni in assoluto dei Marillion) che presentano sonorità scure, affascinanti, ammalianti, con improvvise sferzate, colpi geniali, melodie eleganti e moderne. Due brani fantastici. C'è Genie, un gioiellino spensierato molto britannico che riporta alle vecchie b'sides di qualità dei Marillion. Fantastic place e The only unforgivable thing sono brani di un'eleganza unica, con ottimi arrangiamenti di Mr. Kelly e sapienti cesellature di Rothery. Peccato che il secondo CD non conservi la stessa drammaticità della prima parte. The Damage, You're gone (top ten inglese fra l'altro) e la bella Don't hurt yourself sono brani carini ma che non mordono più di tanto. Si fanno ascoltare. Angelina risulta poi, a dire il vero, un po' stucchevole. Il finale del Cd però si rialza orgogliosamente con l'oscura Drilling Holes e la bellissima chiusura di Neverland.
Marbles è dunque un disco importantissimo per l'evoluzione della band; un progressive in tutto e per tutto moderno, slegato dai giganti del passato, in una parola: originale. La qualità è davvero alta e solo un alleggerimento eccessivo nella seconda parte impedisce a Marbles di ottenere una votazione all'altezza dei classiconi degli anni ottanta. I 18 minuti di Ocean Cloud rimarranno però indelebili nella loro discografia.

* Fra i numerosi live del periodo messi in circolazione del sito ufficiale si consiglia per lo meno il doppio Marbles by the Sea con la riproposizione completa di Marbles con Ocean Cloud come bis.

martedì 15 settembre 2009

MARILLION - Anorak in the UK (2002)


Voto ☻☻☻½

Ottimo live della fase di transizione a cavallo dei due millenni. I brani di Anoraknophobia fanno la parte del leone con ottime versioni ma si segnalano anche le belle Rich, Go, Man of a thousand faces, le splendide Out of this world, Afraid of sunlight, The Great escape, King. La registrazione davvero ottima è una goduria per l'orecchio. Le uniche pecche si possono trovare nell'esclusioni di alcuni capolavori come This strange engine, Interior Lulu, Cathedral wall. Assolutamente da preferire la versione doppia del CD rispetto a quella singola, commercializzata. La single version include Easter mentre nella doppia i brani sono ben 17 con le ottime aggiunte di This is the 21st century e When I meet God.
Comunque i Marillion si presentano negli anni 2000 pieni di energia e di ispirazione. Il grande colpo (Marbles) è dietro l'angolo.

lunedì 14 settembre 2009

MARILLION - Anoraknophobia (2001)


Voto
☻☻☻

Quando usci Anoraknophobia venne accolto malissimo da tutti. Il suono sembrava essersi banalizzato, le melodie sembravano ripetitive, l'introduzione di alcune basi di batteria elettronica erano poi l'ultimo affronto verso i fan storici dei Marillion.
In realtà l'album risulta piacevole, rilassato e intrigante. Sono serviti anni per arrivare a questa valutazione ma direi che l'album abbia dimostrato il consueto coraggio da parte dei britannici di sfidare le aspettative dei fan. Se tutti i pezzi fossero stati un po' più corti di 1-2 minuti la valutazione sarebbe potuta essere anche migliore. Se l'inizio di Quarts può risvegliare i fantasmi di House il suo lento andamento risulta ipnotico e psichedelico. Ancora meglio funziona This is the 21st century, 11 minuti - forse troppi - di allucinate visioni progressive. Between you and me, Map of the world e Separated out rispecchiano il lato più aggressivo e melodico della band mentre When I Meet God resuscita fantasmi progressivi di grande dolcezza e malinconia. If my heart were a ball it would roll uphill rispecchia nel suo evolversi la pazzia del titolo.
Insomma un album piacevole che ha notevolmente migliorato col tempo il suo quoziente di gradimento.


martedì 8 settembre 2009

MARILLION - marillion.com (1999)



Voto
☻☻☻

Marillion.com definisce meglio le linee guida da Radiation pur senza grandi colpi di coda. Insieme al successivo album rappresentano un trittico di album di transizione, fondamentali quanto incerti; a degli sprazzi improvvisi di genialità si alternano a prove insapori e poco convinte.
L'inizio è molto gradevole: A legacy è molto retrò (forse troppo) ma le sonorità vintage avvolgono bene. Deserve è fra i brani che preferisco, molto moderna con il tocco di sassofono e la melodia vocale davvero trascinante. Go segue Few Words for the dead come opener dei concerti, una canzone lenta, ammaliante con un gran bel finale solare. Rich è puro divertimento, nulla più. Built in bastard radar è odiosa, sciocca, sempliciotta. Melgio la serena Tumble down the years anche se rimane sempre poco palpabile. Interior Lulu è un'improvvisa luce che si accende verso fine disco. 15 minuti innovativi e geniali. Non si ricalcano le direttive della precedente suite This Strange Engine. Moderne sonorità percussive lasciano il passo a un indiavolato solo di sintetizzatore ceh conduce a un'angosciante conduzione vocale di Steve Hogarth sfociante però in un bel ritornello con belle aperture. Un intermezzo semi acustico conduce a un momento quasi psichedelico, di attesa che prelude al finale sincopato e disperato. Davvero originale e davvero bella, purtroppo dimenticata dalla band almeno da 8-9 anni. E' un peccato che gli ultimi dieci minuti del disco siano occupati dalla stagnante House, quasi una musica da sottofondo in un pub affollato alle sette di sera. Mah...
Marillion.com rimane un disco non perfetto ma a tratti molto gradevole e con alcune sonorità che troveremo poi in Marbles.