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Voto ☻☻½
Mah...alla fine il risultato è piacevole ma tutto sommato inutile. Di arrangiamenti pseudo-acustici non se ne sentiva particolare bisogno.
Il lavoro è stato notevole e molti brani sono stravolti. The Space non è male, come pure Quartz è Interior Lulu. Hard as love, Wrapped up in time e Cannibal surf babe non sembrano invece giovarsi di questa nuova veste.
In breve un lavoro di alleggerimento sulla scia dei dischi unplugged (croce o delizia?) che quindici anni saturano il mercato.
Attendiamo il 2010/11 per produzioni più importanti.
Voto ☻☻☻☻½
Volevamo il Dark Side of the Moon dei Marillion? Eccoci accontentati. Non significa necessariamente il miglior album di una carriera. Happiness is the road rappresenta il vertice dal punto di vista degli arrangiamenti, della scelta di suoni, della compattezza, della fusione fra musica e testi.
Ne sono rimasto subito ammaliato. Il lavoro si compone di due CD. Il primo è un concept e ha il sottotitolo di Essence. Si parla del difficile periodo che Steve Hogarth ha dovuto attraversare dopo il divorzio da sua moglie e la rinascita ottenuta tramite uno psicanalista. L'album ha tonalità soffuse, molto calde, con le tastiere in bella evidenza. Splendidi tappeti e atmosfere create da quel grande tastierista che è Mark Kelly. La chitarra di Steve Rothery è apparentemente secondaria ma in realtà cesella suoni, soli, rifiniture al solito perfette. La voce di Steve Hogarth è ancora bellissima, sofferta, malinconica ma con una strana "inclinazione" alla speranza, o almeno l'ho percepita in questo modo. I brani fluiscono splendidamente l'uno nell'altro; dopo l'intro di "Dreamy Street", "This Train is my Life" delinea le coordinate malinconiche dell'album e attraverso "Essence", la commovente "Wrapped up in time" (forse la mia preferita), l'ipnotica "Liquidity" e brani pregni di sofferenza e fatica come "Nothing fills the hole" e "Trap the Spark" veniamo catapultati nei dieci minuti finali della title track dell'intero doppio CD. "Happiness is the road" è il sunto del disco a livello di sonorità e arrangiamenti. Un etereo tappeto di tastiere e voce introduce con delicatezza fino all'ingresso della ritmica per la seconda sezione che quasi in punta di piedi ci porta all'imperioso ritornello. In pochi istanti siamo sommersi da un armonia quasi gotica. Mark Kelly giganteggia come ai vecchi tempi e la canzone si conclude in modo spettacolare ripetendo la sezione del ritornello ad libitum. Prima del secondo CD Essence si conclude con una semi ghost-track "Half full jam": un giro ripetuto con aumento del'intensità. Carino ma non essenziale.
Il secondo CD si intitola The Hard Shoulder e presenta coordinate diverse. Nonostante non sia sotteso un concept i brani risultano ben selezionati. La chitarra è un po' più protagonista. "Thunder Fly" apre con verve e intelligenza ma è "The Man from the Planet Marzipan" ad innalzarsi imperiosa a splendida composizione di prog moderno che nulla ha a che spartire con millantati eroi del new rock anni novanta o duemila tipo Radiohead o Coldplay. Davvero impressionante il lavoro sui suoni (splendidi quelli di batteria e basso tro l'altro) di questo brano. "Asylum Satellite #1" si prolunga per oltre nove minuti tra ricordi psichedelici e affascinanti evoluzioni ritmiche ma è il gioiellino "Older than me" che mi colpisce particolarmente. Un'infatuazione di H per una donna più vecchia di lui (e visto che Steve è sulla cinquantina c'è da sorridere) lo ispira per questa splendida composizione che mi ricorda tanto il new prog di inizio anni ottanta, quando un giro ossessivo di tastiera veniva ripetuto diverse volte ma sempre con una variazione di enfasi o di atmosfera che regalavano una novità ad ogni strofa. Bellissimo.
"Half the world" e "Especially true" sono forse i brani meno riusciti ma risultano ugualmente godibili. "Whatever is wrong with you" è un buon brano per un singolo, divertente e ben suonato. "Throw me out" inizia sommessa ma poi si impone imperiosa con degli splendidi cori che tanto ricordano il canterbury sound o al limite alcune cose di Trespass dei Genesis.
Il CD si chiude con un'altra gemma: "Real Tears for Sale" è una splendida conclusione. Alcune sonorità rimandano alla bella "King" ma l'atmosfera è molto più settantiana, le strofe semi-pacate preparano allo fantastico ritornello e alla conclusione di un'opera ambiziosa ma perfettamente riuscita. Se da un lato HITR perde il confronto con Marbles, ad esempio, se confrontato canzone per canzone (mancano brani di grande respiro come Invisible Man, Ocean Cloud o Neverland), dall'altro risulta vincente per la coesione fra i vari brani e per l'atmosfera complessiva che scaturisce dai "solchi" di questo doppio CD. Un po' come confrontare Misplaced Childhood a Fugazi se vogliamo. Un lavoro fantastico che lentamente prende possesso dei tuoi sensi.
La felicità è la strada...
Voto ☻☻½
Il passo indietro rispetto a Marbles è innegabile; Somewhere else è un disco di alleggerimento, un disco "normale" insomma. Non si possono sempre incidere doppi album o concept. L'ascolto dell'album è piacevole, soprattutto la sua prima parte.
"See it like a baby", "Most toys" sono divertenti, mentre "Thank you wherever you are" con quel suo andamento "zoppo" derivante dal 6/8 delle strofe ammalia a affascina nello stacco quasi gotico di pianoforte a metà brano. "The Other half" e "Somewhere else" sono i due capolavori del disco. La prima inizia roccheggiando con Steve Rothery in evidenza ma finisce con una grande enfasi e con una splendida romantica melodia di Steve Hogarth. La title track racchiude in 8 minuti atmosfere simili al capolavoro "Ocean Cloud": malinconia, nostaglia, autunno... Bellissimo anche il solo finale di Rothery.
La seconda parte del disco è più riflessiva. "A voice from the past" (Fish?), "No such thing" e l'impalpabile "Faith" a chiudere il lavoro. "Wound" e "Last century for man" completano il quadro con buona verve ma senza spunti geniali.
In definitiva un buon album di transizione.

Voto ☻☻☻☻Precisiamo subito che la recensione si riferisce alla versione doppia del disco. Infatti nei negozi era possibile trovare la versione single CD che lasciava molto perplessi. Nonsi capisce infatti come alcuni brani davvero splendidi siano stati relegati alla versione doppio CD reperibile solo sul sito della band. Misteri.
Comunque Marbles è un gran bel lavoro. E' il secondo disco, dopo Brave, davvero importante per la crescita musicale del gruppo epoca Hogarth.
Il primo CD è eccellente e progressivo in senso molto moderno. Ci sono lunghe strutture come The Invisible Man e Ocean cloud (fra le migliori composizioni in assoluto dei Marillion) che presentano sonorità scure, affascinanti, ammalianti, con improvvise sferzate, colpi geniali, melodie eleganti e moderne. Due brani fantastici. C'è Genie, un gioiellino spensierato molto britannico che riporta alle vecchie b'sides di qualità dei Marillion. Fantastic place e The only unforgivable thing sono brani di un'eleganza unica, con ottimi arrangiamenti di Mr. Kelly e sapienti cesellature di Rothery. Peccato che il secondo CD non conservi la stessa drammaticità della prima parte. The Damage, You're gone (top ten inglese fra l'altro) e la bella Don't hurt yourself sono brani carini ma che non mordono più di tanto. Si fanno ascoltare. Angelina risulta poi, a dire il vero, un po' stucchevole. Il finale del Cd però si rialza orgogliosamente con l'oscura Drilling Holes e la bellissima chiusura di Neverland.
Marbles è dunque un disco importantissimo per l'evoluzione della band; un progressive in tutto e per tutto moderno, slegato dai giganti del passato, in una parola: originale. La qualità è davvero alta e solo un alleggerimento eccessivo nella seconda parte impedisce a Marbles di ottenere una votazione all'altezza dei classiconi degli anni ottanta. I 18 minuti di Ocean Cloud rimarranno però indelebili nella loro discografia.
* Fra i numerosi live del periodo messi in circolazione del sito ufficiale si consiglia per lo meno il doppio Marbles by the Sea con la riproposizione completa di Marbles con Ocean Cloud come bis.
Voto ☻☻☻½
Ottimo live della fase di transizione a cavallo dei due millenni. I brani di Anoraknophobia fanno la parte del leone con ottime versioni ma si segnalano anche le belle Rich, Go, Man of a thousand faces, le splendide Out of this world, Afraid of sunlight, The Great escape, King. La registrazione davvero ottima è una goduria per l'orecchio. Le uniche pecche si possono trovare nell'esclusioni di alcuni capolavori come This strange engine, Interior Lulu, Cathedral wall. Assolutamente da preferire la versione doppia del CD rispetto a quella singola, commercializzata. La single version include Easter mentre nella doppia i brani sono ben 17 con le ottime aggiunte di This is the 21st century e When I meet God.
Comunque i Marillion si presentano negli anni 2000 pieni di energia e di ispirazione. Il grande colpo (Marbles) è dietro l'angolo.

Voto ☻☻☻
Quando usci Anoraknophobia venne accolto malissimo da tutti. Il suono sembrava essersi banalizzato, le melodie sembravano ripetitive, l'introduzione di alcune basi di batteria elettronica erano poi l'ultimo affronto verso i fan storici dei Marillion.
In realtà l'album risulta piacevole, rilassato e intrigante. Sono serviti anni per arrivare a questa valutazione ma direi che l'album abbia dimostrato il consueto coraggio da parte dei britannici di sfidare le aspettative dei fan. Se tutti i pezzi fossero stati un po' più corti di 1-2 minuti la valutazione sarebbe potuta essere anche migliore. Se l'inizio di Quarts può risvegliare i fantasmi di House il suo lento andamento risulta ipnotico e psichedelico. Ancora meglio funziona This is the 21st century, 11 minuti - forse troppi - di allucinate visioni progressive. Between you and me, Map of the world e Separated out rispecchiano il lato più aggressivo e melodico della band mentre When I Meet God resuscita fantasmi progressivi di grande dolcezza e malinconia. If my heart were a ball it would roll uphill rispecchia nel suo evolversi la pazzia del titolo.
Insomma un album piacevole che ha notevolmente migliorato col tempo il suo quoziente di gradimento.

Voto ☻☻☻
Marillion.com definisce meglio le linee guida da Radiation pur senza grandi colpi di coda. Insieme al successivo album rappresentano un trittico di album di transizione, fondamentali quanto incerti; a degli sprazzi improvvisi di genialità si alternano a prove insapori e poco convinte.
L'inizio è molto gradevole: A legacy è molto retrò (forse troppo) ma le sonorità vintage avvolgono bene. Deserve è fra i brani che preferisco, molto moderna con il tocco di sassofono e la melodia vocale davvero trascinante. Go segue Few Words for the dead come opener dei concerti, una canzone lenta, ammaliante con un gran bel finale solare. Rich è puro divertimento, nulla più. Built in bastard radar è odiosa, sciocca, sempliciotta. Melgio la serena Tumble down the years anche se rimane sempre poco palpabile. Interior Lulu è un'improvvisa luce che si accende verso fine disco. 15 minuti innovativi e geniali. Non si ricalcano le direttive della precedente suite This Strange Engine. Moderne sonorità percussive lasciano il passo a un indiavolato solo di sintetizzatore ceh conduce a un'angosciante conduzione vocale di Steve Hogarth sfociante però in un bel ritornello con belle aperture. Un intermezzo semi acustico conduce a un momento quasi psichedelico, di attesa che prelude al finale sincopato e disperato. Davvero originale e davvero bella, purtroppo dimenticata dalla band almeno da 8-9 anni. E' un peccato che gli ultimi dieci minuti del disco siano occupati dalla stagnante House, quasi una musica da sottofondo in un pub affollato alle sette di sera. Mah...
Marillion.com rimane un disco non perfetto ma a tratti molto gradevole e con alcune sonorità che troveremo poi in Marbles.