mercoledì 29 giugno 2016

MARILLION intervista con Mark Kelly: Do you remember…?

Mi fa piacere condividere dopo quasi 10 anni quest'intervista apparsa sulla storica fanzine Paperlate nel 2007. Intervistai  un gentilissimo Mark Kelly in un hotel milanese la mattina successiva la presentazione in anteprima di "Somewhere else" all'interno del locale Goganga nel febbraio 2007.


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1982-2007. Venticinque anni sono passati dall’affacciarsi dei Marillion sul panorama musicale mondiale. Da “seguaci” dei Genesis epoca Gabriel a fautori di un elegante e introspettivo progressive di matrice floydiana attento alle moderne evoluzioni del rock. I Marillion divorziarono da Fish, il carismatico cantante dei primi anni di carriera, diciotto anni fa all’apice del successo. I loro LP Misplaced Childhood (qualcuno si è dimenticato di un single-killer come Kaileigh?) e Clutching at Straws furono capaci di vendere più di un milione di copie ciascuno praticamente solo in Europa. Quella fama e quel successo non sono più tornati ma la creatività e la voglia di non seguire necessariamente le mode musicali hanno sempre spinto la band verso strade spesso difficili e poco battute. Il successore di Fish, Steve Hogarth, si è dimostrato ottimo cantante e un frontman competente. Steve ha ridato credibilità e personalità a una band sempre troppo sottovalutata dalla stampa. Album come Season’s end, Brave e Marbles testimoniano come la musica dei Marillion sia in continua evoluzione, una storia lungi dall’essere finita.
Il nuovo album Somewhere Else uscirà ad aprile e sarà il decimo dell’era Steve Hogarth. Con un gentilissimo Mark Kelly (tastierista della band) abbiamo chiacchierato sulla genesi del nuovo CD e...sulla programmazione di quello successivo! La stagione dei Marillion sembra non finire mai.


MB: Ai primi ascolti questo nuovo album sembra più rock rispetto a Marbles con meno momenti riflessivi. E’ più diretto.

MK: E’ senz’altro più diretto. E’ una cosa che non abbiamo pianificato. I fan si interrogano e ci chiedono sempre se il nuovo album rappresenterà una nuova direzione per la band, perchè le canzoni sono più corte, perchè non ci sono soli di tastiera, e così via. Cadono sempre nello stesso errore di categorizzare tutto. Non abbiamo il controllo su queste cose. Quando iniziamo a lavorare su un nuovo progetto lo facciamo sempre allo stesso modo, con lunghe jam, in modo molto spontaneo. E’ un processo di selezione naturale dove le migliori idee sopravvivono e le peggiori vengono messe da parte. La persona che oggi è maggiormente responsabile per la direzione musicale della band è Mike (Hunter), il nostro produttore. E’ stato molto coinvolto nella musica e ha anche registrato delle parti di tastiera per l’album; la parte orchestrale alla fine di the Last century for man è opera sua. E’ un ottimo musicista ma non si unirà alla band, è solo un aiuto importante in sede di composizione e registrazione.

MB: In questo modo avete tre tastieristi nella band. Una situazione insolita.

Già. Ma si tratta solo di piccoli aiuti. E’ cambiato molto il concetto di suoni tastieristici nella band dai vecchi tempi ad oggi. Si tratta soprattutto di tappeti, di atmosfere, pochi interventi solistici.
Dipende solo dal gusto personale e il gusto è soggetto a dei cambiamenti. Oggi preferisco avere queste sonorità piuttosto di quelle dei nostri primi album. Non posso immaginare di suonare oggi alcune cose che suonavamo nei primissimi anni dei Marillion.

MB: Ti sentiresti a disagio a presentare alcuni vecchi brani?

Esatto. “The Web”, “Incubus”…mi sembrano brani molto naive, molto semplici. La gente pensa che la musica che suonavamo negli anni ottanta fosse complessa. In realtà è molto più complessa quella che suoniamo oggi, semplicemente “suona” più semplice.
Oggi rendiamo semplici le cose difficili. Prima rendevamo difficili le cose semplici.
MB: Marbles è stato un concept lungo e intricato però posseddeva un paio di tracce molto melodiche: con You’re gone e Don’t hurt yourself avete avuto anche un ottimo ricontro di vendite. A un primo ascolto questo nuovo Somewhere else non sembra avere canzoni che possano eguagliare il precedente successo commerciale.

In effetti ci sono state molte discussioni per il possibile singolo da scegliere per quest’album. In realtà non si tratterà proprio di un singolo da vendere nei negozi, quanto di una canzone da dare alle radio perchè la trasmettano come guida per il disco. Ma per questa scelta noi della band siamo forse le persone più sbagliate. Siamo parte in causa e ognuno di noi ha la sua favorita. Per Steve Rothery era See you like a baby (che risulterà essere alla fine la prescelta per la promozione in radio. ndr.), per me doveva essere Thank you whoever you are, per Pete doveva essere Most toys. Per Steve Hogarth la preferita era Half the world, un brano alla fine neppure inserito nel disco...insomma ognuno aveva in mente una canzone diversa. Allora ci siamo presi una pausa e abbiamo lasciato a persone esterne la decisione. Senza aver prima sentito nulla ci hanno indicato la traccia da scegliere.

MB: A distanza di tempo cosa ne pensi della pubblicazione come singolo di Hooks in you nel 1989? Fu la prima volta che i fan poterono vedere e ascoltare Steve Hogarth come vocalist dei Marillion.

Ora ritengo che fu un errore. Diede un’idea sbagliata della band. Non rappresentava per nulla un album così bello e sfaccettato come Season’s end. Era un momento cruciale per noi. Fish se n’era andato e i fan erano ansiosi di vedere quale direzione avrebbe preso la band. Molti dopo aver sentito Hooks in you decisero di non comprare l’album. Vendette ugualmente bene ma sempre la metà di Clutching at straws. Avrei preferito Easter come primo singolo con un bel solo di chitarra nel mezzo del pezzo. Un brano più tipicamente Marillion.

MB: Hai parlato del brano Half the world. La canzone d’apertura di Somewhere else è The other half. Sono forse collegati questi due brani e quindi i due lavori?

Avremmo dovuto intitolare quest’album Half the world e il prossimo The other half. Questo perchè avevamo abbastanza materiale per due album. Non riuscivamo però a decidere quale dei due brani sarebbe dovuto andare sul primo CD che sarebbe stato pubblicato. Avevamo 15 canzoni pronte. Non abbiamo scelto necessariamente le migliori per Somewhere else. Pensa che Last century for man avrebbe dovuto aprire il nuovo album perchè è stata la prima a essere composta ma verso la fine del processo Steve Hogarth ha suggerito di aprire con  The other half e da lì siamo andati avanti a comporre tutto il resto del disco.

MB: Sembra che i fan dei Marillion preferiscano i dischi più difficili e impegnativi come Brave. Come lo spieghi?

Sì, è così. Anche noi all’epoca pensavamo di aver registrato la miglior cosa della nostra carriera. Quando però lo analizzi a pezzi non ti sembra così buono. E’ molto valido se considerato nell’insieme. E’ un gran concept ma le sue parti distinte non sono così valide. E’ una cosa che vale per molti concept.

MB: Di cosa parlano i testi di Somewhere else?

Somewhere else non è un concept.. Tratta di situazioni attuali. Ci stiamo chiedendo: “Cosa sta succedendo nel mondo? Cosa succede in Iraq? In Iran?”. Personalmente ho una visione ottimistica delle vicende del mondo. Ci vorranno 100 anni forse...ma ce la faremo a sistemare tutto. Se si cerca di sistemare tutto in un tempo troppo breve si rischia di creare problemi maggiori. Poi c’è sempre comunque la visione personale di Steve (Hogarth) e di quello che gli succede nella sua vita.

MB: Brave e Radiation hanno rappresentato entrambi due nuovi corsi musicali per la band. Pensi che Somewhere else possa aprirne uno nuovo?

Anche in questo discorso interviene il ruolo dei produttori. Dave tendeva a farci tenere tutto quello che componevamo o registravamo. La musica era molto densa, il sound non era perfettamente chiaro. Dave ha fatto un lavoro fantastico con noi. Sto solo analizzando da un punto di vista artistico. Mike è più organico. Preferisce un suono più naturale. Se possibile ci fa usare degli strumenti veri. Mi ha limitato moltissimo l’uso di strumenti virtuali. Abbiamo usato un vero pianoforte, un vero hammond, delle vere glockenspiel. Gli strumenti virtuali sono praticissimi. Ormai hanno raggiunto una fedeltà impressionante. L’approccio di Mike è comunque di utilizzare gli strumenti veri. Su She threw me out, che troverete sul prossimo album, abbiamo usato addirittura un vero harmonium.

MB: Com’è cambiata la vita dei Marillion attraverso gli anni dagli ’80 ad oggi?

Quest’anno è il 25° anno dei Marillion. Fish ha portato sul palco Misplaced Childhood per il ventennale e ora sta preparando Clutching at straws. Non c’è alcun problema con lui. I nostri vecchi dissidi sono ormai sopiti da molti anni. Ha fatto parte di quella storia, di quegli album. E’ un traguardo il fatto che dopo 25 anni la gente si ricordi ancora di noi. Non è da tutti rimanere insieme per così tanto tempo. Siamo ancora amici come lo eravamo vent’anni fa. Ci divertiamo insieme, ci divertiamo alle spalle degli altri, quando uno di noi non è presente...Ci facciamo tante risate. I gruppi si separano perchè hanno esaurito la creatività. Brian Eno lasciò i Roxy Music perchè si era annoiato. Paul Weller lasciò i The Jam e Peter Gabriel i Genesis per la stessa ragione. Per ora non siamo arrivati ancora a quel punto. Se uno di noi vuol registrare qualcosa da solista è liberissimo di farlo. E’ un  continuo processo di rinnovamento di energie .
Così è nato Marbles. Per noi è stato molto importante. Abbiamo avuto anche due hit singles, certo non successi planetari, ma ci hanno permesso di vivere meglio. Non siamo dovuti ricorrere al pre-order per Somewher Else. Prima ne avevamo bisogno. Non era un trucco per intascare soldi. Per me era come chiedere a un amico un piccolo prestito. Puoi farlo però una o due volte, dopo devi starci attento. La cosa curiosa è che molti ci hanno chiesto perchè non abbiamo fatto un pre-order anche per questo CD. Volevano essere coinvolti, avere un’edizione speciale, avere il loro nome sul libretto.

MB: Non dobbiamo aspettare quindi molto per il prossimo album...

No. In effetti l’abbiamo quasi finito di scrivere e l’abbiamo in parte anche già registrato. Ci servono però ancora dei brani. Dobbiamo finire il discorso con Mike Hunter...deve ancora terminare delle parti di tastiera (risate...).


giovedì 18 luglio 2013

PALLAS - Beat The Drum (1998)




Dodici anni dividono "The Wedge" da "Beat the drum". Il movimento New Prog inglese degli anni ottanta si è eclissato. I Marillion hanno cambiato pelle già da un decennio, i Twelfth Night scomparsi. Gli IQ hanno saputo rinnovarsi realizzando ottimi album. I Pendragon, indomiti, hanno affinato negli anni uno stile peculiare di certo non innovativo, ma senz'altro personale.
I Pallas ufficialmente non si sono mai sciolti. Mike Stoobie ha sostituito Ronnie Brown alle tastiere per tutti gli anni novanta. Nel '97 però il ritorno di Brown ha segnato una decisa accelerazione nell'attività dei 5 scozzesi. Il batterista storico Derek Forman cede le bacchette a Colin Frazer, si recuperano alcuni brani originariamente composti per il progetto "Voices in the dark" di inizio anni 90 e si aggiungono nuove composizioni.
Il risultato è molto vitale. Brani aggressivi di media durata "Call to arms", "Hide and Seek", "Man of Principle" ci riportano
ai Pallas di "Stranger" e "Dance through the fire" mentre composizioni più elaborate ci restituiscono dei Pallas in formissima e ispirati: la title track "Beat the drum" e "Fragments of the sun" sono fra gli apici del lavoro e coniugano la moderna epicità progressiva con il classico stile dei Pallas fatto di malinconia e nebbiose ambientazioni.

"Ghosts", "Spirits" e "Blood and Roses" rappresentano invece degli splendidi affresci molti intimistici, carichi di pathos e di splendide melodie. Davvero brani ben riusciti grazie anche alla bella prova vocale di Alan Reed. Le tastiere di Ronnie Brown intessono fantastici tappeti e melodie sognanti ben calibrate, ed è soprattutto suo il merito dei bei arrangiamenti.
In definitiva un gran bel disco. Da qui in poi i Pallas vireranno un po' troppo verso composizioni ambizione perdendo di vista una delle loro particolarità: la capacità di comporre agili brani di facile presa senza rinunciare al gusto  per la bella melodia prog.

martedì 26 febbraio 2013

PALLAS - The Wedge (1986)




Dopo il bel EP Knightmoves i Pallas devono produrre un nuovo full length al passo coi tempi. "The Wedge" è un ottimo LP. Ormai Alan Reed è ben inserito nella formazione e il modernismo applicato alla musica degli scozzesi non intacca la classe e le atmosfere malinconiche caratteristiche della band.
Dance Through the Fire è una grandissima apertura. Si rasenta l'hard rock ma le enfatiche tastiere ci riportano su lidi progressivi. il singolo "Throwing stones at the wind" è facile ma non troppo e l'inciso è davvero bello. "Win or lose" è una bellissima ballata nella quale Alan Reed può esprimersi alla perfezione. "The Executioner" diventerà un classico della band grazie al suo incedere inscalzante e alla sua atmosfera nebbiosa...  "Imagination" è il brano più easy della raccolta ma è molto divertente. Il bassista Murray è qui impegnato anche ala voce solista, come spesso gli accade, con ottimi risultati. La lunga Ratracing ci consegna i Pallas altamente new-prog, con cavalcate di tastiere e chitarra e una tambureggiante batteria. Alcune atmosfere rimandano alla storica "Crown of thornes". Il finale di "Just a memory" è forse un po' sottotono, con la batteria elettronica non ben centrata e chiude in modo un po' troppo ripetitivo un gran bel disco.

mercoledì 15 giugno 2011

PALLAS - The Knightmoves (1985)


Voto


Momento drammatico per i Pallas. Ewan Lawson, il carismatico cantante, lascia la barca dopo le non soddisfacenti vendite di The Sentinel. I 4 supersiti assoldano Alan Reed. In breve tempo pubblicano l'EP "Knightmoves". 3 brani: 2 brevi e una minisuite da 9 minuti.
Atmosfera molto scozzese e new prog. "Stranger" è accattivante e ben riuscita. "Nightmare", come suggerisce il titoli, è un alternarsi dio suggestioni spettrali e inquietanti. La lunga "Sanctuary" è il gioiello dell'opera. Una splendida composizione piena di malinconia tipica delle Highlands ed enfasi tipica dei Pallas. Alan Reed possiede uan voce meno limpida ma più calda rispetto a Ewan Lawson.
Ottimo lavoro di collegamento fra The Sentinel e il successivo The Wedge.

lunedì 28 marzo 2011

PALLAS - The Sentinel (1984)


Voto

Dopo l'esordio convincente di "Arrive Alive" così instriso di nebbie londinesi e misteriosi personaggi i cinque scozzesi di Aberdeen decidono di dedicare l'opera successiva alla leggenda di Atlantide. Da tempo i Pallas stavano elaborando musiche attorno a questo mito.
Il buon riscontro underground unito all'esplosione dei Marillion convince la EMI a mettere sottocontratto i nostri spedendoli addirittura a incidere ad Atlanta con il mago del mixer Eddie Offord.
Il lavoro che verrà pubblicato al'inizio del 1984 è un assoluto capolavoro per quanto riguarda la new prog wave inglese. Fin dalla copertina, splendida, nulla viene lasciato al caso. Il suono nitido e potente funge da perfetta base su cui erigere monumenti sonori indimenticabili e affascinanti: una perfetta comminstione fra l'epic prog degli Emerson lake and Palmer e il gusto della bella melodia per le introduzioni e i finali tipici dei Genesis. "Eyes in the night" è il singolo perfettamente riuscito. Rifacimento della famosa "Arrive Alive" riesce in questa nuova veste ad assumere dinamicità e decisione. "Cut and run" e "Shock treatment" giocano su potenti riff di chitarra e tastiera. Gioiellini da 4 minuti. Gli altri tre brani sono invece delle minisuite altamente sinfoniche e racchiudono il nocciolo del tema di Atlantide. "Ark of infinity" è un elegia arcana dai ritmi lenti e avvolgenti. La conclusiva Atlantis è colma di grandeur e gioia. Un inno alla pace. Sono però i 10 minuti di "Rise and Fall" che elevano l'intera opera a vertici altissimi. La teatralità del mai dimenticato Ewan Lawson raggiunge vette inarrivabili mentre le tastiere di Ronnie Brown cesellano note e armonie che disegnano perfettamente il dramma dell'isola atlantidea sprofondata in vortice di guerra e distruzione. I minuti finali sono poi da incorniciare: pianoforte evocativo, voce narrante e un solo di chitarra ala "Comfortably numb", purtroppo interrotto troppo presto dal mix finale.
I Pallas produrranno altri ottimi dischi ma mai si avvicineranno a questi livelli di perfezione. Insieme a "Script for a Jester's Tear", "Live and let Live" e "The Wake" uno dei capisaldi della new prog wave inglese.

mercoledì 3 novembre 2010

Pallas - Arrive Alive (1981)


Voto


Il secondo album della rinascita progressiva inglese negli anni ottanta dopo il Live at the Target dei Twelfth Night. A dire il vero fu pubblicato su cassetta. L'album sarà pubblicato nel 1983 ma conterrà 4 dei 6 brani qui presenti (alcuni reincisi in studio) con in più una acerba versione del brano Arrive Alive.
L'originale Arrive Alive constava di 6 brani che definire affascinanti è poco. Dalle nebbie scozzesi sembrano materiallizzarsi pesonaggi unici, storie incredibili, una regina degli abissi, una corona di spine e niente meno che Jack lo Squartatore.
Il mellotron di Ronnie Brown disegna atmosfere malinconiche e suggestive, mentre la chitarra di Niall Mathewson sferza il romanticismo con scudisciate elettriche ma regala anche momenti di triste malinconia evocativa su Queen of the Deep.
L'iniziale Five to Four è fra i brani più sottovalutati del loro repertorio. In realtà un grande brano drammatico su cui la voce imperiosa e espressiva di Ewan Lowson si eleva altissima.
Heart attack, più tardi inserita nella riedizione di The Sentinel, delinea le coordinate del nascente New Prog. Crown of thornes è la canzone più longeva di questa raccolta e nella sua dolce melodia ricorda Carpet Crawlers dei Genesis. Il dramma conclusivo di The Ripper è teatralmente perfetta e ricorda molto fedelmente l'atmosfera malata, nebbiosa di White Chapel e del suo indimenticato protagonista.
Un album fantastico, non perfetto, prodotto di una band all'attivo già da 4 anni. I germogli sono gettati e pochi anni dopo daranno vita al capolavoro supremo.

martedì 27 luglio 2010

Twelfth Night - Collector's Item (1988)


Voto ☻☻☻☻

Una delle più gradite sorprese di fine anni ottanta questa raccolta postuma sigilla definitivamente (ma fortunatamente la recente reunion ha rivitalizzato la leggenda) un epoca storica iniziata dagli stessi twelfth night 8 anni prima.
Un doppio LP con tre facciate ricche di classici (We are sane, Sequences, Art and illusion, First new day, Take a look, The Ceiling Speaks, The Creepshow, Last song) e una quarta facciata da sogno con la registrazione finalmente in studio della lunga suite (19 minuti) The Collector. Geoff Mann viene chiamato a cantare questo capolavoro. Trattasi di uno degli ultimi brani composti dall'incarnazione della band di Fact and fiction e l'addio improvviso di Goeff aveva lasciato i fan a bocca asciutta con appena poche esibizioni dal vivo.
La composizione è fra le migliori in assoluto della band e rimane a testamento del suono TN. A conclusione di tutto una nuova versione di Love song chiude le danze con il consueto messaggio di speranza.
Album imperdibile.